venerdì 7 febbraio 2020

Tassa di successione, Italia troppo generosa: arriva la proposta per cambiarla


Nello studio dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica appena pubblicato un'analisi dei pro e contro. E una soluzione per cambiarla
Come spesso accade nel Belpaese, si torna a parlare di imposta sulle successioni e sulle donazioni. Un’ultima interessante riflessione, e relativa proposta di patrimoniale, arriva da uno studio appena pubblicato dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica guidato da Carlo Cottarelli, a firma Edoardo Frattola e Giampaolo Galli, dal titolo “Pro e contro dell’imposta su successioni e donazioni”.
Italia generosa con i contribuenti
L’imposta sulle successioni e sulle donazioni italiana è piuttosto “generosa” rispetto a quella di altri Paesi europei perché ha aliquote più basse e non progressive, e franchigie più elevate. Non solo: nel determinare a quanto ammonta il trasferimento, il valore degli immobili viene calcolato non secondo il loro valore di mercato, ma in base al loro valore catastale.
In attesa di una riforma del catasto sempre annunciata ma mai attuata, nonostante le raccomandazioni delle istituzioni europee, il valore catastale attuale rimane significativamente inferiore al valore di mercato, riducendo quindi anche il valore complessivo dell’asse ereditario o della donazione a cui applicare l’imposta di successione.
Quanto incassa lo Stato
Il risultato? Il gettito dell’imposta è piuttosto modesto. Secondo i dati dell’OCSE, il gettito derivante dall’imposta sulle successioni e sulle donazioni italiana è stato pari a soli 820 milioni nel 2018, ovvero lo 0,05% del Pil (e lo 0,11 delle entrate totali). Una cifra lontana da quanto incassato negli altri principali Paesi europei.
In Francia, per esempio, nel 2018 il gettito dell’imposta su successioni e donazioni è stato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61% del Pil: in altre parole, quasi tredici volte quello italiano. A quota 0,20-0,25% del Pil troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi al cambio del 2018) e la Spagna (2,7 miliardi), tutti Paesi che riescono a incassare quasi cinque volte l’Italia.
Quanto incassano gli altri Paesi Ue
Questo anche grazie a una struttura dell’imposta diversa da quella della ISD italiana: tutti e quattro i Paesi hanno infatti aliquote molto più elevate rispetto a quelle in vigore in Italia, anche superiori al 50% come in Francia per esempio, e franchigie significativamente più basse.
I due autori dello studio portano anche un esempio concreto: consideriamo un’eredità del valore netto di 1 milione di euro lasciata da un genitore al proprio figlio: quante imposte dovrebbero essere pagate su questo trasferimento? In Italia la franchigia di 1 milione è sufficiente a evitare completamente l’imposizione, mentre negli altri Paesi non è così: in Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335mila euro, in Francia a 270mila, nel Regno Unito a 245mila e in Germania a 115mila.
I dati OCSE mostrano per l’Italia un gettito di circa 1 miliardo di euro nel 2000-2001, che si è poi progressivamente azzerato tra il 2002 e il 2006 ed è infine risalito a 820 milioni nel 2018 (qui avevamo fatto una panoramica dei Paesi in cui si vive meglio perché le tasse sono più basse, soprattutto per i pensionati).
I pro di un aumento della tassa di successione
Esistono argomentazioni a favore e contro un suo rafforzamento: da un lato l’imposta può essere uno strumento di equità sociale ed è meno distorsiva delle imposte sui redditi, dall’altro è difficile evitare che essa finisca per colpire soprattutto le proprietà immobiliari del ceto medio.
Da un lato, ci sono diverse considerazioni a sostegno di un aumento dell’imposizione sulle grandi eredità: al di là dell’aspetto morale, un aumento può essere visto come un tentativo di limitare una eccessiva concentrazione di ricchezza nelle mani di poche famiglie e di favorire quindi una maggiore uguaglianza sociale.
Inoltre, ricevere risorse ingenti potrebbe scoraggiare l’impegno dell’erede in attività lavorativa a tal punto da legittimare un prelievo adeguato sui trasferimenti di ricchezza più significativi.
I contro di un aumento della tassa di successione
Dall’altro, si sostiene che un’imposta di successione molto elevata ridurrebbe gli incentivi ad accumulare ricchezza poiché una quota maggiore di questa ricchezza finirebbe allo Stato invece che ai propri figli e nipoti, e avrebbe quindi un effetto negativo sui tassi di risparmio e sull’offerta di lavoro, soprattutto negli ultimi anni prima della pensione.
In secondo luogo, potrebbe incoraggiare uno spostamento di capitali all’estero, verso Paesi con una tassazione della ricchezza più bassa.
La proposta
Una proposta ragionevole potrebbe essere quella di mantenere franchigie sufficientemente elevate, in modo tale da evitare che la tassazione ricada prevalentemente sulle proprietà immobiliari del ceto medio, ma al tempo stesso aumentare le aliquote e la loro progressività sui trasferimenti più grandi: ciò potrebbe verosimilmente consentire di incassare di più e rafforzare il carattere redistributivo di questa imposta.
Inoltre, per far sì che l’imposta di successione non venga percepita come una “tassa sulle disgrazie”, si potrebbero prevedere aliquote più basse o franchigie più elevate nel caso di eredità ricevute da figli minorenni o comunque non autosufficienti, come già avviene in Spagna e in Germania.

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